Emergenza Covid-19 e Coworking. Le prime conseguenze

Cosa è successo agli spazi di coworking all’indomani del lock-down? Sono tutti chiusi? Come gestiscono la loro comunità? Ecco cosa ci dicono i dati della ICSurvey 2020 e le vizzes su Emergenza Covid-19 e Coworking. Le prime conseguenze raccontate.
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La nuova Italian Coworking Survey 2020 (ICSurvey 2020) è stata realizzata per raccogliere dati sulla situazione in cui coworking e altri spazi condivisi di lavoro durante questa prima fase di emergenza a seguito della diffusione della pandemia Covid-19.

71 organizzazioni che gestiscono 188 spazi di coworking in Italia, ovvero il 25% degli spazi in Italia, hanno risposto alle nostre domande.

Emergenza Covid-19 e Coworking

Gli spazi di coworking sono chiusi?

Sebbene i numeri siano davvero preoccupanti, forse non sai che solo il 60% degli spazi ha chiuso i battenti in Italia. Il resto assicura, a costi talvolta molto elevati e non solo economici, l’accesso ad aziende e a lavoratori di attività essenziali, garantendo, in questa fase, un importante servizio ai contesti locali. 

Se si guarda alla distribuzione geografica  nel Nord Italia resta operativo circa 1 spazio su 2 , anche se con forti restrizioni all’accessibilità e una drastica riduzione dei servizi.

Al Sud, dove gli spazi condivisi sono frequentati meno da aziende e più da freelance e dove la dimensione delle strutture e l’investimento realizzato sono minori, hanno chiuso completamente il 70% delle strutture.

DI fatto, gli spazi di coworking di dimensioni grandi, oltre i 1000mq, possono considerarsi quasi tutti operativi, solo 1/5 all’inizio di aprile 2020 ha chiuso completamente gli accessi e tra questi quasi esclusivamente quelli che hanno una gestione no-profit.

Le prime conseguenze 

Il fermo delle attività ha dato un duro colpo al settore del coworking. Il tasso di cancellazioni o annullamenti dà tutto il senso della drammaticità della situazione.
La quasi totalità degli eventi e delle sale prenotate sono state cancellate. Si tratta di entrate fondamentali nella redditività di uno spazio.

Chi era già pronto a portare gli eventi sulla rete è riuscito a confermarne poco più del 10% (ma spesso rinunciando a biglietti a pagamento).
Una buona parte del lavoro di formazione e consulenza è stato cancellato (insieme oltre il 73%). 

Infine poco meno di 1 contratto di coworking su 2 (postazioni o uffici) è stato già cancellato.


Bar Charts ICSurvey 2020


Anche qui, le strutture più grandi, con maggiori risorse e che operano in tessuti imprenditoriali più solidi (il Nord d’Italia e in alcuni casi il Centro) stanno reggendo meglio a questa onda d’urto. Per il momento solo il 15% di membership annullate e, prenotazioni sale escluse, circa il 70% di eventi e corsi cancellati tra le strutture oltre 1000mq nel Nord ovest/est d’Italia.
Per la stessa logica, le organizzazioni profit danno in questa fase la sensazione di resistere meglio di quelle no profit all’onda d’urto (ma vanno considerate anche le maggiori spese), così come organizzazioni che gestiscono spazi condivisi come non attività preminente.

Le comunità di coworkers senza più spazi

Si capisce bene che con spazi e servizi così ridotti, la comunità di membri di un coworking assume una centralità strategica. Restare in contatto con i propri coworkers è fondamentale per non disperdere quel patrimonio di relazioni e sinergie che caratterizza ogni spazio di lavoro condiviso in Italia.

Pertanto le organizzazioni stanno cercando di rafforzare i canali e di comunicazione e le iniziative con i propri membri con un discreto successo a quanto dichiarano, ma ancora con molti margini di miglioramento.
Al di fuori della propria struttura, però, devono misurarsi con comunità virtuali e con fornitori di corsi e eventi online già affermati. Non è un lavoro facile.

Alcuni (circa il 20%) infatti hanno rinunciato in partenza, aspettando che la situazione si normalizzi. La maggioranza invece è convinta che in questo momento sia necessario sviluppare nuovi approcci alla community.

Il passaggio cruciale sarà andare oltre l’uso delle interazioni classiche attraverso mailinglist, messaggistica e social da una parte e dall’altra riuscire a dare quel senso di comunità “esclusiva” in precedenza assicurata dallo spazio condiviso. 

E’ ancora presto, ma già molti rispondenti hanno già iniziato a spostare online alcuni eventi e a sperimentare nuove attività virtuali come “Coffe breaks su Zoom”, “aperitivi su Meet”, Help desk per aziende e professionisti sul lavoro da remoto, corsi di formazione, conferenze online, ecc..


Chart dati della ricerca ICSurvey 2020


Ancora una volta sono gli spazi al Nord (soprattutto nord-ovest) e quelli con strutture al di sopra dei 1000mq che sperimentano più canali e azioni.
Ma bisogna dire che i coworking più piccoli riescono anche con interazioni più classiche a stare in contatto con le proprie comunità.

Segui i nostri tips →

Guarda sul nostro Magazine l’agenda degli eventi settimanale per tenere traccia degli appuntamenti che i coworking realizzano.

I Coworking per il territorio

Abbiamo sottolineato tante volte che i coworking in Italia sono una fondamentale ossatura dell’innovazione nel nostro Paese. E infatti tanti stanno svolgendo un’importante funzione di ascolto e formazione non solo per i propri affiliati ma per tutto il contesto locale.

Abbiamo registrato iniziative di supporto allo smart-working aperte a tutti, al supporto psicologico della comunità locale, alla consulenza informatica ad aziende e singoli e anche per altre comunità non ancora attrezzate all’interazione virtuale, addirittura alla produzione in stampa 3D di raccordi necessari a trasformare maschere da sub in caschi per la terapia sub-intensiva.


Guarda i dati con le nostre vizzes. Se preferisci scarica i dati e contribuisci alla ICSurvey 2020.

Leggi gli altri articoli sul tema.

Vai alla ICSurvey 2020 

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